Anima Nomade di Francesco Clemente
Una vita in viaggio sulle vie dell’arte e dello spirito
Anima Nomade è il promettente titolo che Francesco Clemente (Napoli *1952) ha conferito alla sua mostra personale che dopo tempo l’ha riportato nel cuore della Città Eterna, nelle sontuose sale del Palazzo delle Esposizioni.
Concepita come una grande installazione, la mostra si snoda attraverso tre gruppi di opere, le 6 tende, le dodici bandiere e le due sale site specific, le cui pareti sono state interamente dipinte dall’artista, senza un ordine cronologico prescritto, ma in un andamento libero e ritmato come il flusso del suo immaginario. La mostra permette al visitatore di immergersi nel mondo dell’artista, sulle sue stesse orme, attraversando idealmente insieme a lui le varie geografie della sua vita, partendo da Napoli e Roma, e passando per l’India, poi per gli Stati Uniti, giungendo fino in Cina, tappe che si rivelano tutte fondamentali e incisive per la sua formazione e la molteplicità del suo bagaglio culturale.
Le tende, che s’ispirano alla filosofia buddhista e upanishadica, incarnano lo spirito di un’esistenza vagante e continuamente in movimento che segue la naturale circolazione di idee, che favorisce gli spostamenti territoriali e concede avvenimenti esistenziali, volutamente trascendendo le narrazioni storiche e fissazioni ideologiche.
Queste sei tende si presentano con le pareti dipinte sia dentro che fuori, con vivaci colori a tempera, raffigurando simboli e mondi che tra i tanti riconducono a luoghi sacri, come le Grotte dei Mille Buddha in Cina, le Grotte di Ajanta ed Ellora in India, importanti luoghi di rifugio e meditazione per l’artista.
Similmente, le bandiere installate alla mostra, dipinte e ricamate su entrambi i lati con aforismi enigmatici e figure simboliche, appaiono nella loro dicotomia, come le due facce opposte della stessa medaglia che necessitano l’una dell’altra. Infatti, presentano frasi estratte dal libro La società dello spettacolo di Guy Debord che secondo Clemente sono una profezia oggigiorno fin troppo attuale, riverberi sulle derive tardo capitaliste, qui trasformate in poetica visiva.
Così anche i dipinti murali intitolati Oceano di storie delle due ampie sale espositive evocano lo spirito errante del viaggiatore esistenziale, attraverso il tratto continuo ma evanescente di una pittura leggiadra, accennando all’orizzonte infinito dell’oceano, e a simbologie come la barca che s’inarca sulla punta dell’onda, le quali però non si fanno catturare ma che intraprendono il loro percorso disciolto nel tutto e uno.
Nato a Napoli, che Francesco Clemente considera una città pagana, cresce leggendo i poeti della Beat Generation, e si reca in India per la prima volta a soli 19 anni. La sua formazione artistica avviene in parte anche a Roma, il cui seme alchemico e l’idea dell’indole stratificata, l’artista custodirà e si porterà sempre dietro nel suo viaggio.
Gli anni ’70 per Clemente segnano un grande ritorno alla pittura, nonostante le inevitabili tensioni con altri esponenti dell’ambiente d’arte, che forse avranno considerato il suo gesto reazionario e fuori dal tempo. Tuttavia, in quegli anni Clemente trova dei suoi allineati per questa rivoluzione di colori, la cui ricerca a loro volta volge al recupero dei valori immanenti della pittura classica, a quel medium “caldo” e sensoriale, da tempo emarginato dai filoni del concettualismo e dell’arte povera. Così, in contrapposizione ai dettami dei movimenti d’arte più elitari, si organizzano le prime mostre di pittura, radunando dei giovani pittori tra cui Francesco Clemente, Sandro Chia, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi e Nicola De Maria, sotto il nome della “Transavanguardia italiana”, coniato dal loro attivissimo curatore Achille Bonito Oliva.
Ciononostante, Clemente non si reputa appartenere al gruppo, la cui etichetta gli sarà apparsa troppo limitante, spiccando invece presto il volo per la Grande Mela, dove diventa una star italiana nel pullulante mondo dell’arte e del jet set di questa “città viva, con tutti i malanni e le estasi della vita”, in perenne fermento. A metà anni Ottanta, le sue amicizie con Andy Warhol e Jean- Michel Basquiat si materializzano in “Collaborations”, pitture a quattro e a sei mani, dando vita ad opere di grande impatto visivo, che costituiscono un episodio importante nell’ambito della pittura degli anni Ottanta. L’esito felice di queste collaborazioni è generato da un metodo compositivo che, inserendosi nell’ambito dell’automatismo, ricorda quello dei cadavres exquis già in uso presso i surrealisti dove ognuno lasciava il proprio segno sulla tela mediante una écriture automatique interagendo e coprendo volutamente le figure degli altri, dando origine a significati inediti. Negli stessi anni Clemente alterna le sue permanenze newyorkesi con viaggi e soggiorni prolungati in India, incentrando la sua ricerca anche sul simbolismo induista e sulle particolari tecniche pittoriche dei posti, che riesce a far confluire in opere che si fondono con il suo stile tipico focalizzato sui ritratti, sugli autoritratti e su rappresentazioni evocative. In tal modo, Clemente rimane affascinato dal dialogo e dal rimbalzare d’idee tra i trascendentalisti americani e i riformisti induisti, che vuole testimoniare in modo originale attraverso le sue opere ricche di significati sovrapposti e possibilità di lettura.
Le sei tende in mostra a PalaExpo, realizzate tra il 2010 e 2014 in una fabbrica in India, incarnano l’intimità dell’arte di Clemente, rappresentando in qualche modo la membrana che divide il suo mondo da quello esterno e, (allo stesso tempo) il limite di quanto monumentale possa essere la sua espressione. Per l’artista sono “il risultato di molti fili disparati che si sono intrecciati nella mia mente nel corso degli anni”, e che tutte si riconnettono ad un itinerario di viaggio. Accolgono anche il visitatore, il passante o viaggiatore in questo cosmo interiore ospitale, ricco di simboli, memorie e riflessioni sedimentate nel tempo.
Per esempio, la Tenda della Verità abbina immagini piuttosto eterogenee, come raffigurazioni di api e alveari, ragnatele, foglie d’edera, corpi umani nudi, una civetta e stelle cadenti, quindi motivi sia quotidiani che altri dal richiamo mitologico, in giustapposizioni intuitive legate al suo ricco vocabolario simbolico. Il titolo prende spunto da un aforisma di Kabir, mistico e poeta indiano del ‘400, che concepiva il corpo come veicolo di connessione con l’assoluto, ma anche mezzo per “spiritualizzare la materia e materializzare lo spirito”. Tanto che per Clemente la Verità è una cosa mutevole ed evanescente, che ora si cristallizza ora svanisce in un eterno ciclo del divenire e decadere.
La Tenda del Pepe, invece, s’ispira alla regione del Kerala, stato del Sud dell’India, nota per la produzione del pepe e fiorente civiltà antica dei commerci marittimi. Intense sfumature cromatiche del verde e dell’azzurro evocano quelle terre, mentre chicchi di pepe ma anche figure femminili sensuali alludono all’antica leggenda del porto Muziris. Le pareti esterne sono dipinte con onde dagli sfavillanti colori del fucsia, blu, bianco e ocre su cui l’artista ha disegnato mani aperte con sul palmo o un occhio, un cuore trafitto o grani di pepe cadenti nel ricordare la caducità dell’esistenza, il naufragio come deriva finale.
La Tenda del Diavolo si presenta all’esterno con maschere dorate di demoni prestate ai manoscritti medievali, enfatizzati dal denso pattern visivo di fattezze diavolesche. Al suo interno s’osservano figure ricorrenti di signori dall’aspetto retrò vestiti col frac e cilindro, ripresi in momenti da arrampicatori sociali, o con la sigaretta accesa il cui fumo genera la silhouette del continente africano, o di vecchi padroni coloniali e sfruttatori, uno in veste di antagonista rispetto all’apparizione di una femmina nuda dalle sembianze rinascimentali e classicheggianti, e un altro che tiene una coppia a guinzaglio, tutte intente a rappresentare la brama di potere e l’illusione di poterlo stringere in mano e controllare, quando, invece, si è guidati da forze telluriche e non da una volontà razionale. Come afferma l’artista, le immagini incarnano “la forza che, rovesciando il senso della luce, illumina l’oscurità dei desideri più occulti e clandestini, quelli che ci tengono prigionieri finché non impariamo a conoscerli.”
All’interno della Tenda Rifugio domina l’oscurità e un senso di sacralità dove le figure teriomorfe dall’indole da predatore, sono sedute paradossalmente in posizione da meditazione, mentre ognuno di loro tiene sul grembo un animale altrimenti preda indifesa, nell’intento di volerli proteggere nonostante la loro natura cacciatrice, come mediante la conciliazione degli opposti, della preda e del predatore in questo caso, sotto il manto di Buddha. In corrispondenza, sull’esterno appaiono estratti di un testo guida per il Buddhismo che inizia con una dichiarazione di rifugio dello stesso Buddha; in tal modo la tenda allude al rifugio nella comunità e nella guida spirituale per Clemente.
Diversa appare la Tenda Museo adornata all’esterno di immagini dipinte e applicate sul tessuto di musei amati dall’artista tra cui il Madre di Napoli, il Kimbell di Fort Worth e altri, accennando già al leitmotiv del suo interno: sono i numerosi autoritratti dipinti che raffigurano Clemente intento a pescare un pesce oppure lo mostrano dal viso sciupato e con un teschio posizionato sul capo, tutti contornati da una voluminosa cornice dorata e barocca da museo, dalla quale vari elementi sembrano uscire fuori visivamente per invadere la dimensione dello spettatore. In questa accezione, l’arte esce fuori dal museo per entrare nella vita, in una compenetrazione reciproca.
Infine, la Tenda degli Angeli emana un senso di serenità e armonia, nei cromatismi luminosi e nei movimenti leggiadri. Angeli con ali e senza, con diverse espressioni, appaiono all’interno, e sono anche un tema ricorrente nell’opera di Clemente ispirato a certi suoi sogni. Tuttavia, qui alcuni angeli raffigurati possono mostrare la malinconia e altre emozioni vicine alla sfera umana. Sotto ogni angelo si riconoscono le tracce di un fuoco, della figura di un serpente, riferimenti letterari e culturali da rilegare a Johann Heinrich Füssli, William Blake, di miniature antiche, ma anche di tarocchi. Sulle pareti mimetiche dell’esterno sono stampate tartarughe, soli, mani con misteriose combinazioni numeriche, e dodici immagini colorate di arcangeli quasi a voler alludere al paradiso, che si può intravedere mediante le fessure che contornano gli esseri celestiali.
Mediante questa tenda, come con le altre, Clemente manifesta il suo tentativo di immergersi nel mondo pittorico dal quale non vorrebbe più tornare. Così, i suoi acquerelli, pastelli, dipinti ad olio e disegni raccontano l’universo in costante divenire, in perpetuo mutamento, e una vita circolare che nel caso di Clemente abbraccia una geografia globale.